Testo critico di Adriano Antolini

(critico, storico dell’arte)

Novembre 1993

Nonostante abbia già esordito come scultrice, nelle vesti di aiuto del padre Glauco, nell’esecuzione di un grande fregio in terracotta per il paese trentino di Montagnaga di Pinè, Donatella Baruzzi si presenta oggi pubblicamente come “ceramista”.

Ceramista significa, nell’accezione corrente, un mestiere con una grande tradizione artistica alle spalle sostanzialmente artigianale. Che in realtà moltissimi artigiani meritino a pieno titolo lo statuto di artisti, è un altro discorso. Questo fatto è del resto, oggi, accettato comunemente.

La ceramica (in rapporto alla scultura) non è magistero minore ma, come l’incisione in rapporto alla pittura, rappresenta forse quel versante di ricerca più alchemico e raffinato che impone a chi la pratica non solo di conoscere un mestiere, ma di evolverlo e raffinarlo di continuo. E non solo nel senso ovvio di un uso sempre sapiente degli strumenti, ma proprio di invenzione continua di accorgimenti e di tecniche. Infatti il ceramista che crea, ha bisogno di ribilanciare continuamente le sue conoscenze non soltanto in rapporto alla sua esperienza passata, ma soprattutto in funzione di quanto sta per fare. Ogni oggetto è un’ipotesi di lavoro, un azzardo, un tentativo rischioso; non soltanto in senso formale, ma anche e soprattutto in senso tecnico. Tutto, lo spessore, il peso, la forma, le dimensioni, la superficie, il colore, assolutamente tutto ha un’incidenza rilevante e non casuale sul risultato.

Ogni oggetto è in questo senso non solo una creazione formale, ma una grande invenzione tecnica.

In questo senso il lavoro di Donatella Baruzzi, pur cimentandosi a volte con oggetti che hanno anche una loro funzionalità (contenitori, cornici, etc.) si muove con sicurezza sul piano della plastica, tanto da farci augurare che si muova sempre di più, in futuro, sul piano della scultura in ceramica più che su quello dell’invenzione di oggetti pur belli, curati oltretutto nei minimi dettagli, patinati e rifiniti come autentiche “invenzioni” artistiche.

Queste creazioni plastiche, comunque, esistono già: da citare ad esempio è il “quarto” di armatura, riprodotta fedelmente e proprio grazie al taglio inconsueto, reso surreale e destinato, per la sua stessa struttura, ad un esame formale e curioso, teso più che a riconoscerla nella sua natura di rappresentazione, ad esplorarla per I lati inattesi che ci rivela: oggetto infatti solo apparentemente noto, quando andiamo a scoprirne le sottosquadre, la complessione interna, così come capita per I gusci delle conchiglie o delle chiocciole.

Questa maniera labirintica di considerare l’oggetto non tanto per quello che appare all’esterno, ma proprio per gli anfratti insidiosi che può rivelare, è del resto congeniale a Donatella Baruzzi, non solo nelle sue cornici, ed oggetti ad anse che ricordano appunto I classici dedali, ma anche in quella poetica del “frammento” per cui alcuni suoi oggetti, spezzati, interrotti, tagliati, sezionati, in qualche modo rivelano, grazie alla modificazione della loro struttura, lati inattesi, tutti da scoprire.

Vi sono poi frammenti nel senso più classico del termine: oltre alla già citata armatura, delle robuste lire, dei reperti archeologici in cui riconosciamo resti di frontoni, di decorazioni classiche, restituiti al loro stato di dettagli avulsi da un contesto, e per questo ancora più misteriosi, ed aperti ad ogni interpretazione.

Queste opere, generalmente modellate, in una generosa terra refrattaria che consente effetti di volume e di ampia resa formale, hanno per il loro stesso aspetto arrotondato e piacevolmente plastico, un contatto franco e cordiale con lo spettatore.

Il loro colore rosa/bianco, a volte sapientemente patinato, aggiunge un’attrattiva in più a questi blocchi di materia antica che hanno tutta la capacità di sorridere del moderno.